Un caffè
con…Francesca Beneduce
Passioni, empatia e
numeri della donna che oggi «governa» le Pari Opportunità in Campania.
Quarantuno anni ben portati, due
figli adolescenti, una laurea in scienze politiche e una pluriennale esperienza
nel sociale, Francesca Beneduce ha natali trentini ma vive fin da giovanissima
nel paese di origine della sua famiglia paterna, Sant’Anastasia, in provincia
di Napoli. Dal 2013 è la presidente della commissione Pari Opportunità della
Regione Campania. Il suo segno zodiacale è il Cancro, ma non ne ha tutte le
caratteristiche giacché è nata – e si vede – nel primo giorno della cuspide
Cancro-Leone. Si sente perciò, e tanto, l’influsso del segno di fuoco per
eccellenza. Per i curiosi e gli appassionati dello zodiaco, il suo tema natale
è allegato alla fine di questa intervista.
Francesca, sei laureata in Scienze Politiche. Perché hai scelto questa strada e, soprattutto, ti ha portato dove volevi?
«Finito il liceo classico pensavo di diventare avvocato o commercialista
ma ho finito per scegliere una strada mediana, prediligendo un corso di laurea
che mi ha formato molto, con un’impronta multidisciplinare e, devo dire, con ottimi docenti. Quindi sì, sono
soddisfatta della scelta».
La tua tesi aveva come tema i crimini ambientali e il tuo relatore è
stato il professore Ugo Leone, ex presidente del Parco Nazionale del Vesuvio. Dimentica
per un attimo l’affetto che sicuramente vi lega e dimmi cosa pensi di lui nel
ruolo che ha ricoperto: quello di responsabile dell’area protetta dove vivi.
«Leone è un professore
eccezionale e, pur se non sempre d’accordo con le mie convinzioni in tema di
ambiente, ha mostrato la sua democraticità consentendomi di non variare la mia
tesi: in pratica all’epoca lui non riteneva l’elettrosmog da annoverarsi tra i
crimini ambientali ma io mantenni la mia posizione e lui mi lasciò libera di
sostenerla, nonostante la visione diversa. Come presidente del Parco Vesuvio mi
hanno un po’ deluso le ricadute sul territorio della sua gestione ma, conoscendone
le competenze inconfutabili, direi che l’apparato burocratico non gli ha forse
consentito di fare quel che avrebbe voluto davvero per i nostri territori.
Perché non è il Parco a non funzionare, è il sistema, l’apparato che blocca e
continuerà a bloccare le azioni».
Hai cominciato a
lavorare subito dopo la laurea?
«Io ho sempre lavorato. Già da giovanissima nell’attività di
famiglia, una fortuna giacché volevo sposarmi giovane e infatti così è stato,
avevo 25 anni. Creare una famiglia è sempre stata la mia esigenza primaria e
pensavo che per la carriera ci sarebbe poi stato tempo. I fatti mi hanno dato
ragione».
Il tuo impegno negli
ultimi anni si è concentrato particolarmente nel sociale, era questo che
sognavi dopo il corso di studi?
«Ho lavorato ai Piani Sociali di
Zona a Somma Vesuviana e Castellammare di Stabia, programmando le politiche
sociali dei territori e nel ruolo di amministrativo contabile. Mi sono immersa
nella gestione integrata, nei luoghi dove si attua la programmazione europea,
occupandomi dei centri e degli sportelli antiviolenza, degli accordi
territoriali di genere, della conciliazione dei tempi di vita e lavoro delle
donne, del Banco Alimentare e di molto altro, grandi progetti inclusi. Grosso
modo era quello che volevo, sì: penso di aver trovato, nel periodo in cui ho
operato nel settore, lo spaccato che potesse abbracciare il mio percorso e le
mie competenze. Oggi faccio altro, quell’esperienza è terminata».
Già, fai altro. Donna
per le donne, hai fatto della politica di genere e delle Pari Opportunità la
tua missione, se così posso chiamarla. Come è iniziato questo percorso?
«All’inizio degli anni duemila, da
responsabile di Azzurro Donna (ndr, nell’associazione legata alla componente
femminile di Forza Italia la Beneduce ha ricoperto in passato ruoli a livello
locale, provinciale e regionale) seguivo con attenzione, a Sant’Anastasia, le
politiche dell’amministrazione di centrosinistra, dal fronte di opposizione. Non
c’era allora una cultura delle politiche di genere ma io mi accorsi del bando,
partecipai e fui eletta tra le commissarie, poi presidente».
E finisti, tu che
arrivavi dal centrodestra, per essere a capo di una commissione varata da una
giunta di centrosinistra.
«In realtà mi sono trovata subito
come a casa mia e avevo ben chiari gli obiettivi. Sono riuscita ad arrivare
dove volevo, pur non imprimendo mai alle mie azioni un taglio femminista che
non mi appartiene e non limitando le attività della commissione alle sole
questioni femminili. Sembro debole, lo so. Ma chi mi conosce sa quanto sono
determinata e sa che preferisco condurre le guerre in maniera silenziosa e
garbata».
Tra i risultati di
quell’esperienza c’è, tra le altre cose, lo sportello antiviolenza. Ora sorgono
un po’ dovunque ma all’epoca era una novità, no?
«Siamo state antesignane, con
risorse tutte interne alla commissione. Innumerevoli donne si sono rivolte a
noi e, nel corso dei mandati, qualche politico mi ha chiesto di inserirne i
nomi in un database ma ho sempre detto no. Anche per questo non mi sono più
candidata a ruoli cittadini: perché non si pensasse che volessi trarne benefici
in termini di voti».
Donne maltrattate in
un database? Le volevano schedare? Immagino non mi dirai chi è il politico che
ebbe questa idea “geniale”.
«Infatti non te lo dirò. Di donne
che subiscono violenze quotidiane ce ne sono tantissime, a Sant’Anastasia come
in tutta la provincia di Napoli, in
qualunque ceto sociale con picchi in quelli più per così dire “alti”. Abbiamo
fatto quanto in nostro potere, anche aiutandole ad allontanarsi da chi usava
loro violenza».
Nel 2013, poi, è
arrivato l’incarico nella commissione regionale Pari Opportunità.
«Sì, ho partecipato al bando
quando avevo già abbandonato tutti gli incarichi di partito, ero solo Francesca
Beneduce e basta. Sono stata eletta
presidente come trait d’union tra il vecchio e il nuovo e, credimi, per
amalgamare 21 donne occorre un po’ di tempo. Qualcuna aveva già esperienza,
altre no, poi c’erano i “mostri sacri”, insomma non era facile».
Sei riuscita a
raggiungere, da luglio 2013, gli obiettivi che volevi?
«Cose importanti ne abbiamo fatte,
eccome. Ho trovato il supporto del
presidente Stefano Caldoro che ha tenuto per sé la delega alle Pari Opportunità
e che ha molto apprezzato l’impegno: se oggi parlo ancora da presidente un
motivo ci sarà. Sai cosa? Sono arrivata lì con le mie sole forze, come esperta
della materia, come Francesca, scevra di appannaggi politici. Se non mi fossi
imposta avrei prodotto zero».
Cosa hai prodotto,
invece?
«Intanto abbiamo predisposto la
Legge Quadro sulle Pari Opportunità, apprezzata da più parti e già depositata.
Abbiamo cominciato a parlare di medicina di genere collaborando con le
associazioni di categoria, con gli ospedali, con il Triage Rosa del San Paolo,
con le farmaciste che in pratica sono i principali “sportelli di ascolto”,
front office sui territori. Si è iniziato a discutere di linguaggio di genere,
di educazione ai sentimenti e molto altro, stiamo lavorando».
Le quote rosa sono l’incubo
di tutti gli uomini che devono preparare le liste, dei sindaci che devono
scegliere le giunte. A me, se posso dirlo, fanno venire i brividi. Mi sento,
come donna, inserita in una specie protetta. A te aggradano sul serio?
«No, non mi piacciono, ma sono un
male necessario. In caso contrario le donne non sarebbero mai scelte, meglio
qualche donna «zoppicante» che nessuna. Del resto ci sono in politica molti
uomini incompetenti, ma loro si nascondono un po’ meglio, soprattutto negli
ambienti politici. Devo purtroppo ammettere però che la maggior parte delle
donne che oggi ricoprono ruoli di responsabilità sono proprio quelle che
farebbero di meno per le altre donne. Ma io non smetterò mai di lottare».
Il tuo è un incarico
soddisfacente anche dal punto di vista economico?
«Mi prendi in giro?»
No, è una domanda
seria. Ma se non vuoi rispondere capisco.
«No no, ti rispondo eccome. Chiariamo una cosa: il ruolo di
presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità è a titolo
completamente gratuito».
Cioè tu lavori ogni
giorno gratis? Avrai gettoni di presenza…
«No, nessun gettone».
Puro volontariato sul
serio? Certo, la passione non si discute.
«Già, che si sappia bene».
Non ti capita mai di
domandarti «Chi me lo fa fare?»
«Come no, un giorno sì e l’altro pure. Poi prevale la parte
di me che non molla mai. Quando inizio una cosa devo finirla, posso avere
incidenti di percorso ma arrivo al traguardo. E se cado, mi rialzo».
Non resisto, devo
chiedertelo: ci credi davvero alle pari opportunità? Pensi sul serio che oggi
siano un assunto concreto?
«Dipende da che punto di vista le vedi».
Tu da che punto di
vista le vedi?
«Io ti dico solo che oggi vedo più uomini che le applicano,
rispetto alle donne stesse. Le violenze peggiori io le ho subite dalle donne,
un uomo non si permetterebbe mai –per come mi pongo – di mancarmi di rispetto
come alcune esponenti del mio sesso hanno fatto. Io ci credo sul serio nelle
pari opportunità, sì. Ma ho, per esempio, considerato un’aberrazione spendere
quasi l’intero budget disposizione della Crpo per quattro convegni, quel che
voglio fare è cambiare la struttura, la percezione delle commissioni, sia
quelle comunali sia quella regionale».
Una parte importante
della tua vita mi pare di capire sia dedicata alla politica. Come è iniziata
questa passione?
«L’ho respirata fin da piccola. Il mio nonno materno era
iscritto e dirigente del Pci nolano».
Comunista? Il Dna è
un’opinione, in questo caso.
«Il Dna aveva già fallito in precedenza perché mia madre è
stata sempre vicina alla Democrazia Cristiana, fin quando è esistito il partito.
E mio padre è stato segretario del circolo cittadino Dc prima degli anni ’70.
Nell’ultimo tesseramento c’ero anche io, lo chiesi come regalo. Mi sentivo e
sono una moderata».
Dunque le uniche due
tessere che hai avuto in tasca sono quella Dc e poi quella di Forza Italia?
«Sì, mi sono iscritta a Forza Italia nel 1997».
Un po’ in ritardo
rispetto alla discesa in campo di Berlusconi.
«Ero molto scettica sulla figura
di Berlusconi e lo sono ancora. Seguii l’idea. Gli uomini invece ti deludono,
inevitabilmente. Quel progetto rispondeva alle mie esigenze ideali e di
meritocrazia. In linea generale sono una conservatrice, convinta che oggi il
liberalismo stia sfociando in rozzo e grossolano lassismo. Come dire, ci si è
allargati un po’ troppo. Mi avvicinai a Forza Italia perché la Dc non esisteva
più e, volente o nolente, occorreva un’area moderata».
Cosa non ti piace di
Silvio Berlusconi?
«Non mi piace l’immagine che ha
dato al Paese delle donne di centrodestra, ha creato problemi soprattutto a
noi, alle ultime ruote del carro sui territori, a tutte coloro che si
affacciavano alla politica. Vedi, io mi sento ancora intimamente “azzurra” ma ho
dismesso la tessera già dalla nascita del Pdl, non mi piacque quella fusione a
freddo e avevo ragione».
Ma ora c’è di nuovo
Forza Italia.
«Non è e non sarà mai il partito
che è stato in origine. Ha perso smalto e vigore. Non è un caso che mi sia
candidata, con spirito di servizio, alle elezioni politiche, con il Mir (ndr,
Moderati in Rivoluzione) di Gianpiero Samorì. Però anche quel progetto si è
affievolito, omologandosi praticamente a Forza Italia e deludendo chi pensava
potesse traghettarci verso qualcosa di nuovo e io non ci credo, non più».
Perciò al momento non
hai una «casa» politica?
«Me la sto creando».
Racconta, come?
«Ho aderito al parlamento
virtuale. Mi ha chiesto di parteciparvi Giampiero Catone (ndr, già
sottosegretario, giornalista e direttore del quotidiano La Discussione), per un
ruolo importante. In pratica è un “parlamento ombra” che analizza progetti e
produzione del Parlamento reale. Finalmente è come se fossi al mio primo
congresso politico, occasione mai avuta in Forza Italia. Anche quello del Pdl
fu una farsa». Da poche ore sono la donna più votata tra le aspiranti
“onorevoli” candidate e componente della commissione di garanzia oltre che
segretario nazionale del gruppo Dc. Le leggi da noi approvate diverranno
proposte di legge del Parlamento reale, grazie a numerosi deputati bipartisan».
I tuoi geni
democristiani sono vivi e vegeti, a quanto pare.
«Già, sono una moderata, sempre».
Politica, pari
opportunità, sociale. Un master in Sviluppo locale, bibliotecaria. Tanta roba,
direi. Ma io so che c’è un altro settore della tua vita che è importante per
te. Parlo del Banco Lotto, l’attività della tua famiglia che da decenni è a
Sant’Anastasia, precisamente in piazza Madonna dell’Arco. I numeri cosa sono
per te, un retaggio che ti porti dietro?
«Non ne esci mai. Sì, sono
cresciuta con questo retaggio e lo trovo un campo pieno di poesia, nonostante
si tenti di denigrarlo, di farlo scadere nello squallore. Ma è tutt’altro. Io ho anche rivestito ruoli
sindacali di categoria nel comparto, con Assogiochi, spuntandola in battaglie e
rivendicazioni importanti contro l’AAMS (ndr, amministrazione autonoma dei
monopoli di Stato)».
Ti capita di pensare
ai numeri durante il giorno? Cioè, se ti accade qualcosa, abbini
automaticamente una terna, una quaterna?
«A volte, però mi capita molto più spesso di consigliarli
agli altri, se me li chiedono. C’è molta differenza tra cabalisti e numerologi,
io appartengo alla seconda categoria».
E gli amici che te li
hanno chiesti hanno poi vinto?
«Spesso. Ho avuto belle soddisfazioni. Tra me e i numeri c’è
empatia».
Beh, dammi tre
numeri, dai.
«Ci penso».
Intanto mi regali un
aneddoto, qualcosa che ti è capitato con i clienti del Lotto?
«No, non posso. Mio padre Natale,
che ha sempre tenuto molto all’immagine e ci ha insegnato a rispettare i
clienti che sono molto particolari, ripeteva sempre che “le vincite sono come
il mal di pancia, chi le ha se le tiene”.
Mi spiego: quel che accade nel Banco Lotto resta lì, nessuno saprà mai
se nella nostra attività ci sono state grosse vincite o meno, non siamo di
quelli che cercano la pubblicità sui giornali, non ci interessa».
C’è un numero che ti
porta fortuna?
«No, ma preferisco i pari».
Francesca, che vuoi
fare da grande?
«Sono ancora giovane, posso pensarci. Mi sono data una quarantina
d’anni di tempo».
Sarai un’energica
ottantenne, per allora avrai deciso?
«Forse, ma è che ho tante cose da fare per pensarci adesso».
Se potessi tornare
indietro cambieresti qualcosa? Faresti altre scelte?
«Qualche correttivo lo applicherei. Sarei più dura, meno
credulona, confiderei meno nelle persone sbagliate. Anche se, in verità, da
incontri nati male sono spuntati poi fiori bellissimi».
La famiglia, intesa
in senso allargato dunque genitori, fratelli, sorelle, zii, conta molto nella
tua vita?
«Molto. Siamo legatissimi, come mia madre ci ha insegnato.
Un’unione ancestrale, salda».
Tu ti occupi
essenzialmente di donne. Poi torni a casa e trovi tre maschi.
«Si, mio marito Sabato, che lavora in Aeronautica e
nonostante ciò è molto presente, e i miei due figli, Gaetano e Stefano,
rispettivamente 16 e 12 anni».
Le pari opportunità
si applicano in casa tua? Come insegni ai tuoi figli il rispetto verso le
donne?
«Mio marito, intanto, collabora tantissimo nell’educazione
dei ragazzi e nell’accudire alla casa. I miei figli hanno un carattere diverso,
il primogenito è più disponibile nel dare una mano, il secondo assai meno. In
ogni caso tutti loro respirano i temi delle pari opportunità, li vivono, li
masticano».
Ti manca una figlia
femmina?
«No, sul serio. Volevo due figli e li ho».
Vizi e virtù di
Francesca?
«Il mio unico vizio, la mia sola dipendenza, è la politica. Mi disintossico ma poi ci
ricado. Per il resto non bevo, sono
completamente astemia e non ho mai fumato nemmeno una sigaretta. Virtù non
saprei».
Rispondi così per
farti dire che la tua virtù è la modestia? Su, cosa dice chi ti conosce bene?
«Che sono umile, che sono una persona per bene. C’è anche
chi mi considera “montata” e presuntuosa ma si tratta di un’esigua e sparuta
minoranza».
La maggioranza ha
sempre ragione, no?
«In genere, non sempre, ma in questo caso sì».
Cosa fai nel tempo
libero, ammesso tu ne abbia?
«Mi dedico alla cultura personale, leggo. Ho appena finito
un bellissimo libro, «Scacco Matto» di Mariarosaria Alfieri e Antonella
Esposito, presenziando anche alla presentazione tenutasi di recente a Somma
Vesuviana con le autrici».
Sì, interessante. Ma
esula per un attimo dalle tue attività, per favore: quel libro tratta delle
tematiche che ti sono care nel tuo ruolo, dalle donne schiave del sesso alle
mamme assassine, dallo stalking alla pedofilia. Invece vorrei mi dicessi cosa
leggi per tuo mero piacere. Qual è il libro che ti ha profondamente segnato?
«Un romanzo di Florence Montgomery, “Incompreso”. La storia
di un bambino costretto a soffocare i suoi slanci a causa degli adulti incapaci
di comprenderlo. Ho poi visto anche il film, la regia era di Luigi Comencini,
piangendo a profusione».
Hai gli occhi lucidi.
Non metterti a piangere adesso. Sei così tanto emotiva?
«Sì, mi capita spesso».
In tv cosa guardi?
«La guardo pochissimo. La serie che mi sta appassionando
adesso è “The White Queen” basata su una saga britannica di genere storico».
Sei cattolica?
«Sì, mi piace molto anche il
messaggio di Papa Francesco. Certo non sono tra coloro che vanno in chiesa a
battersi il petto, mi confesso quando lo ritengo necessario, in famiglia
preghiamo ma credo che la religione non
vada imposta, è qualcosa che nasce dal cuore. Nel mio c’è. Sai bene che tempo
fa volli istituire la celebrazione di una funzione religiosa in occasione della
Festa della Donna. Anche quel progetto va avanti e ci sopravvive».
Sei una brava donna
di casa e ti piace cucinare?
«Molto, preparo di tutto.
Soprattutto dolci e i ragazzi aspettano con ansia che sforni torte, anche se
preferiscono il mio Tiramisù. Ma è una passione di famiglia, me l’ha insegnato
mamma e ho uno zio pasticciere. Ecco, per rispondere alla tua domanda di prima:
da grande potrei fare la pasticciera, chissà».
Ti piaci?
«Dipende dai periodi, non sempre. Intendi fisicamente?»
Si. Presti molta
attenzione al trucco, ai vestiti?
«Mi trucco ogni giorno da qualche anno. Mi sistemo. Uso
colori tenui e caldi negli abiti, per non sbagliare. Scelgo quel che mi sta
bene, nulla di più».
Qual è il tuo ideale
fisico di donna?
«Non troppo magra, non troppo appariscente, bella. Una donna
che si lasci guardare senza essere volgare».
C’è un’attrice o
comunque una donna famosa che incarna questa descrizione?
«Non so. Potrei dirti il mio ideale di uomo».
Dillo.
«No, lasciamo stare».
Ma dai, tuo marito
non sarà mica geloso.
«No, certo. Va bene,
mi piace il Made in Italy come in ogni cosa, dunque Raoul Bova».
Cosa ti infastidisce
di più del maschilismo imperante? C’è qualcosa che gli uomini possono dire o
fare e che proprio non sopporti?
«Gli stereotipi con cui ci classificano. I sorrisini mentre
ti ascoltano parlare di Pari Opportunità. Mi disturba tantissimo».
Hai mai fatto
qualcosa contro la legge? Che so, rubare una caramella o prendere una multa?
«Mai. Una multa, una sola, sì. A Sant’Anastasia. Dovevo
recuperare dei libri in municipio e portarli in biblioteca e non c’era spazio
per parcheggiare da nessuna parte. Ovviamente l’ho pagata. Altre volte mai, non
metto il piede a tavoletta sull’acceleratore per esempio, sono moderata anche
quando guido».
Hai tante amiche?
«Solo due, tutte le altre sono conoscenze. Amiche vere, che
ho sottoposto a grandi prove perché non mi fido più come una volta, davvero unicamente
due: a loro posso raccontare i fatti miei».
L’amore?
«Solo uno, mio marito. Credo nell’amore eterno e senza
ripensamenti. Va alimentato giorno per giorno con le piccole cose quotidiane.
Litigare è anche bello, per poi fare pace».
Supponiamo che tu
debba sostenere un colloquio di lavoro e che ti si chieda di descriverti con un
solo aggettivo. Quale scegli?
«Affidabile».
Se scegliessi di non
vivere più in provincia di Napoli dove ti piacerebbe trasferirti?
«In Trentino, nei miei luoghi natii. Se fossi rimasta lì non
sarei più tornata sul serio. Invece mi ci hanno portato, a Napoli, minorenne e
inconsapevole».
Magari ora saresti
nelle fila leghiste…
«Chi può dirlo?».
Sei scaramantica,
superstiziosa?
«No, professo il “non
è vero ma ci credo”. Qualche cornino portafortuna lo porto con me. Perché credo
nel malocchio, sai quando incontri una tale persona e ti scoppia subito il mal
di testa…».
Senza scomodare il
malocchio si potrebbe chiamare negatività. Succede.
«Il corno però lo tengo lo stesso».
Ce l’hai anche
adesso?
«Assolutamente sì».
Non dirmi che hai mal
di testa. Così, per sapere.
«No, no».
L’essere umano è
fondamentalmente buono o cattivo?
«Nasce buono, poi si guasta per l’ambiente, le relazioni. La
“razza” non la cambi, mai».
I tuoi figli sono
adolescenti. Come li difendi da violenze, cattiverie, pericoli? Cosa permetti
loro e cosa no?
«Con le nuove tecnologie il
rischio più grande è quello di imbattersi, in rete, in manifestazioni di
cyber-bullismo o pedofilia. Ho tolto il computer dallo studio e l’ho sistemato
in cucina sacrificando un po’ di spazio, ma così sono più tranquilla. Ho messo
loro i blocchi sul cellulare. Per il resto sono cosciente che un po’ devono
trasgredire, senza esagerare, come abbiamo fatto tutti. Sappiamo tutti però che
oggi la violenza può arrivarti fino in casa, tramite la rete, bisogna vigilare. Io lo faccio».
Per prepararli e
fornire loro gli strumenti adeguati, è giusto. Ritieni eque le pene che ci sono
in Italia per i reati di pedofilia?
«No, sono troppo miti. La castrazione chimica non la
scarterei».
Sei romantica?
«Sì»
Il gesto più sentimentale
che offri a tuo marito?
«Una carezza».
Lui ti regala ancora
fiori dopo tanti anni insieme?
«In verità non me ne ha mai regalati, nemmeno il giorno del
matrimonio».
Perché, non ti
piacciono i fiori?
«Molto, ma è lui che è distratto».
Mi sa che dopo aver
letto quest’affermazione non potrà sottrarsi. Che fiori preferisci?
«Le rose, di qualunque colore».
Marito avvisato.
Avete animali in casa?
«Quanti ne vuoi. Un cane, innumerevoli gatti, galline,
pulcini. Pure qualche talpa, credo. In giardino, naturalmente».
Trovi una lampada di
quelle che, se le strofini, spunta il genio pronto ad esaudire un tuo solo
desiderio. Cosa chiedi?
«Un’enorme somma di denaro con la quale creo le condizioni
di sviluppo nel mio paese per dare lavoro a chi ne ha bisogno. Se fai del bene
ti torna indietro, ma preferisco creare le basi perché ciò accada, invece di
fare elemosina».
Se potessi scegliere
un superpotere?
«Ma io ce l’ho già un superpotere, l’empatia con gli altri».
Accidenti, non è che
leggi nel pensiero?
«Forse».
Quanti anni ti
piacerebbe vivere?
«Tutti quelli che il Signore mi concederà, in buona salute
perché sono una donatrice di organi. Anche di sangue».
Hai paura della
morte?
«Non della morte in sé, solo che vorrei arrivarci bene. Mi
fa paura il “come”».
Potendo scegliere tra
tutti gli uomini e le donne della terra, chi inviteresti a cena?
«La regina Elisabetta d’Inghilterra. Sai, tra donne ci
capiremmo».
Magari un the
piuttosto che una cena. Entrambe con quei cappellini strani…
«Sì, perché no? Sarebbe divertente».
Ti si concede la
possibilità di farti ascoltare da tutte le donne del mondo. Cosa dici?
«Rispettatevi di più, così lo faranno anche gli altri».
Diventi il Ministro
delle Pari Opportunità italiano. Che fai?
«Rifinanzio tutti i centri antiviolenza, predispongo una
mappatura e un monitoraggio per accertarmi che agli sportelli ci sia gente
seria e competente, creo interlocutori in Europa che al momento non abbiamo».
Hai la possibilità di
buttare giù da una torre Matteo Salvini o Matteo Renzi. Chi resta con te?
«Butto giù tutti e due dalla torre. Salvini, nonostante dica
ogni tanto cose condivisibili, non mi ispira più di tanto, Renzi è un bischero
che pensa di trasformare l’Italia in Firenze. Bella città, bella gente ma è
stata capitale d’Italia già una volta, non ci serve un balzo indietro.
Cerchiamo piuttosto di guardarci un po’il nostro, di recuperare i valori».
Se Berlusconi
ridiscende in campo tu ci sei?
«Se non c’è alternativa sì. Ma stiamo già guardando oltre».
Scegli un proverbio
che ti si confaccia.
«Fai bene e dimenticalo, fai male e ricordalo».
Francesca, per
chiudere questa lunga chiacchierata ti chiedo di stare al gioco: pensa al momento
storico in Italia e offri tre numeri ai nostri lettori. Senza impegno.
«1, l’Italia; 20 Napoli e la
festa; 31, il risveglio atteso».
Ora i miei, ma a
registratore spento, grazie.
Autore: Daniela
Spadaro

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